
Nella quotidianità della scuola italiana esiste una zona grigia, fatta di attività che sfuggono a ogni definizione contrattuale ma che, di fatto, sostengono il sistema. Ogni giorno i docenti si ritrovano a intervenire, aiutare, compilare, organizzare, completare compiti che vanno ben oltre l’insegnamento in senso stretto. Non si tratta di eccezioni, ma di una prassi tanto consolidata al punto di considerarla quasi scontata.
“I professori sono bravi”. È una frase che si sente spesso, quasi un riconoscimento implicito. Ma dietro quella “bravura” si nasconde una disponibilità continua che ha un prezzo sempre più alto. I docenti sono stanchi. Vivono a scuola e per la scuola, sacrificando tempo personale, affetti, spazi privati. Sempre più spesso è proprio la famiglia del docente a passare in secondo piano, così come gli impegni individuali.
La scuola troppo spesso sembra reggersi su una sorta di volontariato diffuso: opere di buona volontà, gesti di responsabilità, spirito di servizio. Una missione, più che una professione.
Le testimonianze raccolte tra gli insegnanti raccontano una realtà concreta.
“Oggi avrei dovuto terminare il servizio alle 12, dopo quattro ore di lezione - racconta un docente - ma andavano sistemate le camere per il campo scuola, in modo che gli alunni sapessero già con chi sarebbero stati. Sembra una cosa semplice, ma non lo è affatto: bisogna considerare equilibri tra studenti, possibili disagi, compatibilità. Dopo un’attenta analisi e un confronto con gli altri accompagnatori, sono riuscito a lasciare la scuola solo verso le 13:30”.
Un’altra insegnante, sfogandosi, confida: “Un’altra settimana di riunioni e burocrazia così non la posso reggere. Mi sento, nei confronti dei miei figli, una mamma a tempo ridotto”.
Parole che non hanno bisogno di interpretazioni. Raccontano un disagio profondo, fatto di esasperazione e, sempre più spesso, di rassegnazione. Si accetta anche ciò che non dovrebbe essere accettato, perché “così funziona”.
Il punto non è soltanto economico. Un eventuale aumento di stipendio, da solo, non risolverebbe il problema. Ciò che manca è qualcosa di più essenziale: il rispetto del tempo. Il riconoscimento del confine tra lavoro e vita privata. Forse la domanda da porsi è semplicemente una: cosa accadrebbe se i docenti iniziassero, collettivamente, a porre degli argini? Se smettessero di colmare, con la propria disponibilità, le lacune del sistema?
Questo non vorrebbe dire sottrarsi alle responsabilità ma, paradossalmente, restituire dignità a una professione che rischia di essere schiacciata tra aspettative e lacune sempre crescenti.
E allora sì, forse iniziare a porre qualche limite potrebbe essere utile. Non per rompere, ma per ricostruire.