Giugno è il mese degli esami, e per migliaia di tredicenni italiani ha significato affrontare l'Esame di Stato conclusivo del primo ciclo d'istruzione: l'ultimo scalino "ufficiale" di un percorso scolastico. Non è solo un adempimento burocratico, è il momento in cui un ragazzo si misura, per la prima volta, con una valutazione che porta il peso di tre anni di scuola secondaria di primo grado e che apre la porta alle scelte future e, al contempo, fa riflettere sulla fiducia in se stessi e sul proprio percorso di studi.
Ma quanto è davvero uniforme questo esame da scuola a scuola?
La normativa lascia ai singoli istituti e in particolare ai collegi docenti il compito di definire i criteri di valutazione ei descrittori dei livelli di competenza. Una scelta pensata soprattutto per garantire autonomia didattica e per adattare la valutazione al contesto specifico di ogni scuola. Sulla carta, un principio sensato. Nella pratica, però, apre interrogativi che meritano di essere posti senza ipocrisie.
Se ogni scuola rilasciata in autonomia griglie, pesi e soglie di valutazione, che garanzia abbiamo che un voto ottenuto in un istituto abbia lo stesso valore del medesimo voto attribuito in un altro, magari nella scuola accanto?
È difficile immaginare che, consapevolmente o no, un consiglio di classe possa adattare i criteri per far quadrare un voto finale già deciso, magari per accompagnare un alunno verso le superiori con un titolo più rassicurante rispetto alle reali competenze acquisite? Una ratio finanziaria comprensibile, ma giustamente nei confronti del candidato stesso?
Un sistema che, in assenza di adeguati controlli, rischiando di trasformarsi in una fuga silenziosa, capace di ripristinare fotografie del tutto diverso di studenti con lo stesso livello di preparazione.
Esiste però l'altra faccia della medaglia: un criterio rigidamente standardizzato, calato dall'alto e identico per ogni contesto, rischierebbe di appiattire la valutazione, ignorando il percorso individuale dello studente.
Un alunno che è partito da difficoltà enormi e ha fatto passi da gigante merita di essere valutato anche per il suo percorso, non solo per il risultato finale messo a confronto con uno standard rigido. La scuola, in fondo, non valuta solo "quanto sai", ma anche "quanta strada hai fatto".
La vera domanda, allora, non è se l'autonomia valutativa deve esistere, ma come renderla compatibile con criteri minimi di trasparenza e comparabilità.
Linee guida con indicatori comuni a livello nazionale ma con ambizioni entro i quali le scuole possono personalizzare la valutazione potrebbe risultare determinanti, senza trasformare l'autonomia in arbitrato.
L'Esame di Stato al terzo anno di secondaria di primo grado resta un passaggio fondamentale nella vita di un adolescente. Ma perché continuare ad avere valore serve che quel valore abbia una logica equiparabile, davvero, per tutti.
