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L'Art. 39 della Costituzione italiana sancisce la libertà sindacale

Le verità di uno scontro tra le nebbie della confusione

14/03/2026 15:32

Redazione

Politica e Sindacato, Attualità, Notizie e Riflessioni, parlamento, referendum, magistratura, correnti, giustizia,

Le verità di uno scontro tra le nebbie della confusione

Referendum 22 e 23 marzo: la possibilità d'avere un Magistrato giudicante senza alcun ipotetico condizionamento. Una Giustizia più giusta con Giudici più liberi

Quello a cui stiamo assistendo avvicinandoci al referendum del 22 e 23 marzo relativo alle “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” è, di fatto, uno scontro concettuale che ricadrà pesantemente sul quotidiano di ognuno.

 

Una questione che - soprattutto adesso che si avvicina il voto - va delineata in modo semplice tentando di diradare le nebbie che ad arte si stanno sollevando.

 

Occorre far comprendere, a quanti ancora sono indecisi e non hanno chiari i termini della questione, le ragioni alla base della modifica; i motivi per cui due attività (giudicante e requirente) funzionali ad uno stesso meccanismo (processo) devono essere diversificate per carriera e giudizi; i presupposti per cui un uomo che giudica un altro non può esser soggetto a pressioni o circostanze che ne potrebbero limitare l’imparzialità; gli aspetti che occorrono per garantire la libertà di giudizio da un lato e il giusto equilibrio tra accusa e difesa dall’altro.

 

Non si tratta d’appoggiare o meno posizioni politiche, sebbene c’è chi vorrebbe trasformarlo esclusivamente in questo, bensì di decidere la direzione da imprimere all’organizzazione della giustizia nel nostro Paese.

 

Innanzitutto, la divisione delle carriere tra magistrati che giudicano e quelli requirenti sarebbe di fatto una straordinaria occasione per liberare le figure togate da condizionamenti, non da poco, come quello d’appartenere alla stessa categoria del Pubblico Ministero e far capo allo stesso Consiglio Superiore.

 

Un elemento che esalterebbe la tutela della libertà di giudizio e determinerebbe, di fatto, un reale giudice terzo equidistante tra accusa e difesa. Cosa questa non di poco conto per chi subisce, a torto o ragione, un procedimento processuale.

 

Molti, però, paventano come la riforma porrebbe la Magistratura sotto la sudditanza del potere politico.

 

Ebbene se l’art.104 della Carta costituzionale al momento detta:

 

-       “La Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” 

 

la riforma prevista non ne altera assolutamente il senso (e nemmeno le parole) variando solo nella parte inerente alle carriere differenziate:

 

-       “La Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”.

 

Dunque, non essendovi traccia d’asservimento nel restante testo della riforma (basta leggerlo per verificarne i contenuti), il problema della sottomissione della Magistratura ad altro potere assume un palese aspetto demagogico teso a innescare negli animi quella “quasi naturale” diffidenza verso la politica. Strumento semplice da attivare - bastano fumose tesi di facile presa - ma con risvolti che in passato hanno già creato notevoli problematiche e ancora rischiano di farlo.

 

A confortare le argomentazioni in merito all’ingerenza politica nella libertà della Magistratura vi sarebbe poi il tanto temuto sorteggio per la definizione dei due Consigli Superiori (per i magistrati giudicanti e per quelli requirenti).

 

Anche in questo caso la tesi degli anti-riforma appare vaga e priva di fondamento. Basta considerare due elementi per chiarirne gli aspetti.

 

1)    Il sorteggio non modificherebbe in nulla la proporzione prevista al momento, con due terzi dei membri togati e il restante derivante da un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno 15 anni di esercizio.

Ciò che cambierebbe per la parte laica è l’indicazione dei componenti messa in essere attraverso il sorteggio tra quelli inseriti in un elenco votato dal Parlamento (attualmente i nomi sono specificatamente indicati dalla stessa Assemblea); mentre per la parte togata i componenti sarebbero scelti con estrazione a sorte tra i magistrati giudicanti e requirenti, ognuno per il proprio CSM di riferimento (oggi, con il CSM unico, la scelta avviene attraverso elezione tra magistrati e indicazioni delle correnti).

 

2)    Se un giudice è chiamato ad assumere decisioni che impattano con la vita dei cittadini, talvolta in maniera da segnarne l’esistenza, per cui gli è riconosciuta di fatto e di principio una straordinaria valenza di responsabilità dettata da una più che adeguata preparazione, perché mai non può essere indicato per l’autogoverno della propria categoria, tra l’altro, insieme ad altri colleghi di eguale portata?

 

Appare dunque evidente che una così accesa battaglia sulla riforma è dettata da ben altre motivazioni e queste sono da ricercare nella storia che ha segnato la nostra Magistratura e dal potere che gruppi organizzarti di giudici hanno assunto nella definizione degli aspetti legati alla propria categoria e, in talune circostanze, non solo.

 

Ci riferiamo alle cosiddette “Correnti” che si sono talmente strutturate nel sistema che, di fatto, ne hanno preso completo possesso al punto da definirne funzioni, incarichi e promozioni legate più all’appartenenza e al richiamo politico che al merito.

 

Il caso Palamara, il cui scalpore ha superato i confini nazionali, ne è la prova più tangibile così come lasciano perplesse le esternazioni di taluni esponenti che sembrano andare ben oltre il loro stesso perimetro! Un qualcosa che non solo delegittima l’importanza e il ruolo stesso dei magistrati, ma che di fatto crea uno squilibrio democratico che ricade sulla vita intera del Paese.

 

Circostanze, quelle dettate dalle Correnti, che verrebbero con la riforma sostanzialmente circoscritte ponendo un freno deciso al loro debordante potere.

 

Una problematica a cui anche l’attuale opposizione parlamentare si era richiamata, evidenziando l’esigenza di quello che oggi, invece, ritengono una sorta di bestemmia solo perché a proporlo è un’altra parte politica. Ma questo con la giustizia e la democrazia ha ben poco a che vedere…

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